droni-kiFlowL’Alaska è stata chiamata l’ultima frontiera americana, un termine che si rivela adatto anche in materia di droni: il suo territorio si sta, infatti, rivelando ottimo per testare le possibilità operative di questi velivoli in un clima assai ostile. Molti ricercatori e numerose compagnie locali, stanno effettuando importanti campagne di sperimentazione per capire come meglio impiegare i droni nel loro lavoro. Le possibilità sono numerose e includono lo studio ravvicinato di balene e leoni marini, la ricerca petrolifera in mare aperto, le attività di protezione e salvataggio della Guardia Costiera.

Le severe norme americane in materia di impiego dei droni sono operanti anche in Alaska, ma lo stato più settentrionale degli USA non ha certo il traffico aereo e stradale di New York o Los Angeles, rendendo il loro impiego civile molto più sicuro. Soprattutto, se un drone sopravvive al gelo e alle nebbie dell’Artico, è chiaro che ha dimostrato capacità eccezionali.

Per questo motivo l’Università Fairbanks dell’Alaska è stata inclusa nella lista dei sei siti americani dove si effettuano test con valore nazionale sui droni. Il sito di Fairbanks è diretto da Ro Bailey, ex generale dell’aviazione americana, che ha descritto i droni come “ideali per i lavori più sporchi, pericolosi o noiosi. Il loro impiego può consentire rilevamenti molto accurati, senza rischiare vite umane”.

Il caso dei leoni marini di Steller è esemplare: le ricerche tradizionali erano sempre state impedite dalla nebbia, che impediva il volo sicuro ad aerei con equipaggio sulle isole Aleutine, dove si trovano in prevalenza gli esemplari di questa specie a rischio di estinzione. Dal 2012 sono sorvegliati da droni di Fairbanks e del National Marine Mammal Laboratory, che sono in grado volare sotto la nebbia e producono un rumore assai ridotto rispetto ad aerei o elicotteri pilotati da umani. 🙂 Due anni dopo i risultati della ricerca sono impressionanti e non si sarebbero mai potuti ottenere altrimenti.

Un’altra istituzione molto attiva è la National Oceanic and Atmosferic Administration, con un apposito dipartimento dedicato ai droni, impiegati nelle Hawaii per studiare le foche monache, in Alaska e in Groenlandia su altri mammiferi, con la Guardia Costiera in due casi di perdite di petrolio. La NOAA sta studiando con la NASA lo spiegamento di uno speciale drone GlobalHawk per lo studio del clima.

I problemi da affrontare non sono pochi, ad esempio la formazione di ghiaccio sulle eliche dei velivoli e la difficoltà di comandare i droni a distanza in aree così lontane e ostili. La legge, inoltre, impone l’uso civile dei mezzi a opera di piloti con apposita licenza, di giorno e con il mezzo sempre visibile mentre è in volo.

E’ probabile che alcune di queste norme siano modificate entro la fine dell’anno nei casi di impiego scientifico. Sarebbe molto utile consentire ai ricercatori di guidare da soli il drone senza la spesa aggiuntiva di un pilota con patentino.

Le prospettive d’impiego dei droni nell’Artico non si limitano alla scienza, ma si prevede un futuro utilizzo per consegnare ricambi e alimenti in stazioni avanzate di ricerca, dove i normali mezzi ora arrivano con grande dispendio di carburante.

In Alaska si vanno formando sempre più compagnie, guidate quasi sempre da ex piloti dell’aviazione militare USA, con lo scopo di elaborare impieghi dei droni sempre più complessi e, si spera, redditizi. La loro ricerca è seguita con grande attenzione da colossi come Amazon, che puntano all’impiego di droni per effettuare consegne entro mezzora dall’acquisto. Un obiettivo lontano, ma forse meno di quanto non si possa pensare.

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